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Intervista a Lucilla Giagnoni

L'artista fiorentina parla del suo modo di intendere il teatro, dei giovani, della fede

"Sono una donna che viaggia e legge la Commedia, la vedo da questa angolatura. Non è affatto scontato, considerando che in tutto l'arco del poema Dante cita in tutto 34 donne di cui ben 26 sono presenze mute. Quelle che parlano sono solo 8, al cospetto di quasi 90 uomini".   
 

 

Parte anche da qui l'interesse di Lucilla Giagnoni per la Divina Commedia, oltre che dall'amore per Dante che le ha trasmesso la nonna ultra centenaria, da poco scomparsa, quando da piccola mandava a memoria le sue terzine. Fiorentina di nascita, frequenta negli anni ottanta la Bottega di Vittorio Gassman, entrando in contatto con attori di livello internazionale. Conosce Paola Borboni, Paolo Giuranna, Jeanne Moreau e in seguito compie il suo percorso artistico fino al 2002 al Teatro Settimo, compagnia teatrale torinese diretta da Gabriele Vacis. Dopo anni di teatro e collaborazioni decide infine di dedicarsi alla scrittura e produzione dei propri spettacoli, unendovi un taglio didattico e formativo per ragazzi e adulti. 
L'abbiamo incontrata al termine della replica alle Vigne. 

Quando è nata questa 'Vergine Madre'? 
Lo spunto, o meglio, la necessità è sorta con l'evento che ha sconvolto le vite di tutti noi, del quale ancora oggi subiamo le conseguenze a distanza: l'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, cui assistetti in casa con mia figlia allora molto piccola. Fu per me momento decisivo per rendermi conto dello stato di crisi globale in cui eravamo piombati, l'apice di un sistema di rapporti che non teneva più. In tanto inferno, mi dissi, va scovata quella bellezza che può essere l'ancora di salvezza delle nostre vite. La trovai nella Divina Commedia. L'impegno civile del mio essere artista nasce li. 

In quale personaggio tra quelli, splendidi, che porta in scena si riconosce maggiormente?
Tra le donne Francesca da Ravenna, per l'aggressività e l'arrabbiatura con cui esprime i suoi sentimenti di donna e amante, tra gli uomini il conte Ugolino per l'enormità della sua condizione di male e la pietà che suscita nel lettore. 

Cosa è capace di dire nel terzo millennio il poeta Dante alle generazioni di ragazzi che hanno affollato il teatro e l'hanno applaudita a lungo? 
Le loro domande dopo aver ascoltato e visto lo spettacolo sono sorprendenti, tutte azzeccate, curiose, aprono scenari. Quando sei messo di fronte a storie di questa portata, grandi nel male e nel bene, ti interroghi sulla tua vita a qualunque età. I ragazzi capiscono molto bene l'operazione artistica che porto in scena, la mia fatica e il duro lavoro di anni di studio e interpretazione del testo, e il desiderio di seminarlo in giro per l'Italia. Si, seminarlo, è il verbo più adatto, che esprime bene quanto vorrei comunicare. Non ho dubbi che tutto ciò resta in loro come esperienza forte e unica, su cui riflettere per la loro vita. 

Un testo che richiama identità e memoria comune, oltre che individuale, è attuale oppure superato? 
Il recupero della memoria di una cultura comune, condivisa, patrimonio dell'umanità, a mio giudizio è quanto può farci evitare il rischio dell'estinzione, nel flusso magmatico e indistinto della contemporaneità, dove tutto sembra uguale. Lo dovrebbero comprendere soprattutto i politici, che hanno tra le mani scelte di non ritorno, ma non sono certa siano preparati a ciò. A differenza di molti di loro, Dante parla anche della 'pancia' in quanto questa è una componente delle decisioni umane, ma non parla alla pancia. Parla all'intelligenza, al cuore, alla psiche, che conosce a meraviglia. Solo da qui possono nascere nuove e buone prassi per l'umanità, che la bellezza della Commedia incarna. Ma la politica non ne è capace... 

Qualche eccezione? 
Penso a Ghandi oppure a Nelson Mandela, che hanno vissuto nello spirito della pagina straordinaria delle Beatitudini del Vangelo di Matteo e di Luca. I miti che ereditano la terra sono loro e quanti come loro hanno il coraggio di vivere per la propria gente lottando fino alla fine, senza vendette, senza armi, senza fare il male.  

L'ultima citazione ci consente di entrare in un tema che tocca a più riprese nello spettacolo. Presenza e assenza di Dio sembrano percorrerlo dall'inizio alla fine. E' così anche per lei? 
Pur non potendomi dire credente cristiana, mi reputo una donna con un vivo senso religioso. Siamo troppo piccoli perché non ci sia, oltre e dopo di noi, un Dio, comunque lo si voglia chiamare, del cui 'tutto' siamo partecipi. Ho una fede che chiamerei di 'unità', di combinazione con una dimensione che ci sorpassa. Anni di studio di testi biblici splendidi, quali la Genesi e l'Apocalisse, per di più letti in lingua originale non ti lasciano indifferente. Aggiungo che, a mio parere, questi testi devono diventare, più di quanto lo sono oggi, patrimonio di tutti e non appannaggio solo degli 'esperti' religiosi. 

Anche per questo è fatto il teatro.

Andrea Bruni
Lodi, 24 febbraio 2016