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Teatro alle Vigne


Storia del Teatro alle Vigne

L'antica chiesa di San Giovanni e Ognissanti alle Vigne (la denominazione oscillò parecchio lungo l'arco dei secoli) apparteneva all'ordine religioso degli Umiliati, interessante per origini e per storia.

Al momento che qui interessa si trattava di una piccola e semplice costruzione con un solo altare.

Nel 1571 l'ordine degli Umiliati venne soppresso da Papa Pio V e l'area di San Giovanni alle Vigne fu donata ai Barbabiti nel 1604 dietro raccomandazione del Vescovo di lodi Ludovico Taverna. L'anno dopo Paolo V sanzionava il possesso. Siamo sulla soglia del passaggio fra Medio Evo e Controriforma.

La vita della comunità religiosa si discosta dal modello monastico per assumere la fisionomia di un supporto di attività volte all'esterno: culto eucaristico, predicazione, catechesi, insegnamento scolastico.

Da qui l'esigenza dei Barnabiti di mutare il monastero in "collegio" e la cappella in grande chiesa adatta ad accogliere numerosi fedeli per la predicazione e per il culto che la Controriforma voleva solenne e trionfale. Barnabiti e Gesuiti tennero viva nei loro collegi la tradizione scenica sotto varie forme, dando al recitare comunque inteso un forte rilievo pedagogico. I nuovi metodi pastorali e le nuove forme liturgiche determinarono dunque la scomparsa dell'antico tempio degli Umiliati.

Al suo posto sorse, a partire dal 1618, il nuovo spazio per il culto, ritmato appunto secondo le esigenze della Controriforma: non f√Ļ cio√® diviso in navate, ma costituito essenzialmente da una grande aula e da un vasto presbitero ben visibile da tutti i punti dell'ambiente. Il progetto originale viene comunemente attribuito all'architetto barnabita Carlo Ambrogio Mazenta (Magenta, 1565-1635), molto noto soprattutto a Bologna. Dagli atti dell'Archivio Provincializio dei Barnabiti risulta che i conversi Giovanni della Torre e Domenico Pola da Mont√Ļ vennero di volta in volta a sopraintendere ai lavori.

Avevano assai probabilmente funzioni e abilità da capomastro. La costruzione fu dunque ideata e realizzata all'interno della Congregazione che ne avrebbe fatto sede delle proprie attività. Consacrata nel 1627, la chiesa era tutt'altro che completa. I lavori proseguirono fino al 1693, rimanendo incompiuta la facciata. Nel successivo periodo dell'amministrazione austriaca Lodi conosce una rifioritura paragonabile per proporzioni a quella del Rinascimento: la città si arricchisce di palazzi, di chiese e di porte monumentali nel nuovo stile tardo barocco ornato da splendidi ferri battuti.

E' il periodo d'oro della nostra ceramica. Si danno rappresentazioni teatrali, con autori e interpreti famosi, potenziate le scuole, aperta al pubblico la Libreria dei Filippini. In questo contesto riprendono i lavori a San Giovanni alle Vigne per rifare le volte, il pavimento, la sacrestia (1731-34). E' di questo periodo la presenza a Lodi di un barnabita rampollo della grande nobilt√† milanese: Salvatore Andreani. Dotto insegnante, oratore entusiasmante, organizzatore efficiente, l'Andreani diventa Preposito di San Giovanni alle Vigne. E profonde larghi mezzi per rendere la chiesa pi√Ļ maestosa, per dotarla tra l'altro di un concerto di campane (1752), di ricchi arredi e tappezzerie, per proseguire le opere murarie e di ornato ancora incomplete.

Fu lui che non ebbe remore a usare la chiesa come teatro per una solenne Accademia, sia pure a sfondo religioso e con scopi morali. La cosa sollev√≤ scalpore, tanto pi√Ļ che agli spettatori vennero offerti anche i sorbetti. Anche dopo l'Andreani i lavori proseguirono.
E' del 1794 la sistemazione delle nicchie fiancheggianti il portale. Ma siamo ormai in pieno clima di soppressioni giuseppine. I Barnabiti, cui era affidata l'istruzione medio-superiore a Lodi, resistettero alla Cisalpina e al Regno d'Italia. Ma nel 1810 venne anche la loro volta. Ritorneranno a Lodi durante la Restaurazione, ma in altra sede.

San Giovanni alle Vigne, depauperata dei suoi ornamenti, divenne deposito di granaglie e di altre derrate. Nel 1874 il Municipio l'adibì a palestra addossando alla parete di fondo un grande altorilievo in gesso, opera di Giuseppe Bianchi, raffigurante la Disfida di Barletta.
La storia successiva altro non registra che il progressivo degrado dell'ex chiesa e degli edifici adiacenti. L'operazione iniziata dal Comune nel 1976 segna il recupero dell'aula ideata dal Mazenta e di tutto il complesso architettonico che le fa da naturale contorno.
Il risultato sta sotto i nostri occhi. La struttura usata per la liturgia è ancora lì tutta e ben visibile (salvo ciò che la storia ha inevitabilmente modificato). In essa è calata una nuova attrezzatura adatta all'esercizio delle arti sceniche: una scelta, certo, non la conclusione di un sillogismo.

Ma proprio per questo l'avvenire dipende dall'uso che si farà di questo bene. La storia del Tempio di San Giovanni alle Vigne si è ormai conclusa da tempo, ora è conclusa anche l'infelice parentesi dei magazzini e della palestra.
Si apre la storia del Teatro alle Vigne. Questa dobbiamo farla noi.