22.02.06 La fame malata e disperata di Giancarlo Cauteruccio, alle Vigne il 2 marzo

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LA FAME MALATA E DISPERATA
DI GIANCARLO CAUTERUCCIO,
METAFORA DELL’INGORDIGIA MODERNA

Fondatore e regista del gruppo Krypton di Scandicci, una delle formazioni storiche del teatro di ricerca italiano, Giancarlo Cauteruccio qualche volta ne diventa anche attore, soprattutto in situazioni legate all'uso della sua parlata natìa, un dialetto calabrese stretto e piuttosto aspro. In questa lingua, anni fa, aveva tradotto e interpretato un'aguzza versione di Finale di partita di Samuel Beckett, allestito sotto il titolo U juocu sta finiscennu, in questa lingua recita ora un poemetto scritto da lui stesso, F.A.M.E., in cui affronta il tema della morbosa attrazione per il cibo in una chiave dichiaratamente autobiografica, con uno spettacolo, arricchito da interessanti suggestioni visive e sonore, che giovedì 2 marzo approderà anche al Teatro alle Vigne, quinto appuntamento della stagione di prosa della sala di via Cavour.
Obeso patologico - più di 110 chili di peso per circa 1 metro e 60 centimetri di altezza - Cauteruccio traspone la sua angoscia personale in versi sommari ma ruvidamente efficaci, un viaggio psichico scandito da cadenze ripetitive, vagamente infantili, che mescola citazioni dantesche e ricette di cucina, visioni da incubo e ansie di riscatto attraverso l'arte e la poesia. Sinistramente beffarda è l'idea della convergenza-divergenza tra la fame malata e la fame disperata, fra l'ingordigia di un Occidente ricco e grasso e le miserie di un'altra parte del pianeta dove si muore per mancanza di mezzi di sostentamento. L'aspetto più impressionante del curioso testo è la minuzia con cui l'autore descrive una sorta di fisiologia della fame cronica, il modo in cui essa si impossessa del corpo e si insinua nel cervello, assume il controllo dell'individuo e ne condiziona la capacità di pensare, di creare, di lottare, persino di sognare o fare sesso.
Alle parole si aggiungono eloquenti elementi scenografici, una tavola imbandita su un letto da ospedale, mucchi di piatti, una composizione di fornelli assemblati e come congelati in un candido paesaggio, e poi i video di vivande in preparazione e di una bocca che golosamente le divora, con un accumulo di effetti ossessivo. Ma la vera ragion d'essere dello spettacolo è nella livida immedesimazione dell'autore-protagonista nel suo vivere questo percorso in qualche modo dall'interno, sottoponendo a una spietata radiografia pubblica sensazioni normalmente destinate a restare intime e segrete.
La fame di Cauteruccio è una condizione disperante, rifugio, luogo poetico e creativo ad un tempo, che diviene occasione di dirompente denuncia contro l’orrore.
Solo in scena, affiancato dai suoi fantasmi e dai suoi sensi, il regista/attore con i suoi versi affronta lo smembrarsi del tempo, dei fatti, dei luoghi, portando su di sé i segni della sua condizione di ammalato di fame insaziabile e affidando alla sua lingua madre questa nuova messa in gioco di tutto il suo corpo, poetico, fisico, teatrale. Versi che si situano nelle pieghe, nelle differenze, nelle disparità, nella vecchia dicotomia di un occidente troppo grasso per pensare, dalla mente poco sgombra, e di un oriente produttore di saperi e figure sottili, vittima di una fame senza rimedio.
FAME, Mi fa fame è un lamento, un grido che lentamente si fa poesia per raccontare la guerra del cibo, la guerra dei ricchi e dei poveri, attraversando l’immaginario letterario e artistico medievale e rinascimentale (paese di cuccagna, guerra di quaresima e carnevale) e le opere di Artaud, Celine e soprattutto Hamsun.
Giancarlo Cauteruccio qui prende con sé tutto il dolore di chi mette in gioco la propria carne nella propria carne, amplificando l’ambiguità di una condizione disperante e tragica. Ne fa urlo, strepito, canto, un canto che si leva sui conflitti del mondo pur rimanendo nel mondo, opponendosi all’orrore quotidiano che è solo una ripetizione di quello trascorso, della guerra che è sempre la stessa, della distruttività umana inalterata nel tempo.
I suoi versi esaltano il paradiso possibile di un ritrovato equilibrio con la natura, da cui egli preleva gli elementi semplici, come quelli evocati dalle ricette culinarie della sua terra, come la sua lingua, ristoro, risorsa e piacere. Un’alchimia di suoni e sapori da contrapporre al puzzo mefitico di infera memoria che uccide la natura corrompendone la bellezza.
Nella scenografia realizzata da Loris Giancola scorrono le immagini video elaborate da Stefano Fomasi mentre i suoni live di Andreas Fröba e le luci di Trui Malten si mettono in stretta relazione con il ritmo delle sonorità arcaiche dei fonemi di questo primo testo che Cauteruccio, dopo trent’anni di lavoro, scrive per la scena.
I contributi letterari e musicali di Augusto Petruzzi alimentano un lavoro che diviene una vera e propria jam session di parole, musica, immagini.

Giancarlo Cauteruccio

Nato a Marano Marchesato (Cosenza) nel 1956, regista, scenografo e artista visivo.
Protagonista del rinnovamento del teatro contemporaneo, è riconosciuto in ambito nazionale ed estero per la sua ventennale attività artistica nei diversi campi della comunicazione. I suoi studi in architettura hanno fortemente segnato un approccio al teatro come spazio da strutturare con la luce e con il suono. Fondatore a Firenze del gruppo Il Marchingegno (1977) e poi insieme a Pina Izzi del Gruppo Multimediale Krypton (1982), l'artista calabro ha pionieristicamente creato spettacoli teatrali affidati talvolta completamente a elementi visuali (monitor, laser, neon) in spazi virtuali.
Con Krypton ha realizzato anche ambientazioni e installazioni in spazi urbani, opere di teatro musicale, collaborando con Franco Battiato, Salvatore Sciarrino, Giusto Pio e Litfiba, e produzioni video (Corpo, premio Utaré; Centro Videoarte Ferrara, 1982).
Ha inoltre svolto attività didattica in Italia e negli Usa. Come direttore artistico del Teatro Studio di Scandicci (dal 1992) ha curato la regia di L'ultimo nastro di Krapp (1991) di Samuel Beckett, prima tappa della trilogia dedicata all'autore irlandese, seguita da Giorni felici (1995) e da Finale di partita (1998), tradotto in dialetto calabrese.
Questo ultimo spettacolo (che lo ha visto anche interprete nel ruolo di Hamm, accanto al fratello Flavio) ha riscosso unanimi consensi di pubblico e di critica, sia per la geniale regia che ha sfruttato appieno tutta la sua esperienza multimediale che per la felice coniugazione tra tessuto verbale e una fortissima carica gestuale. Attualmente sta lavorando alla preparazione di una trilogia shakespeariana.


Teatro alle Vigne

2 marzo 2006, ore 21.00

FAME, Mi fa fame

produzione: Cooperativa Compagnia Teatrale Krypton
scritto, diretto e interpretato da Giancarlo Cauteruccio
suoni ed elaborazioni live Andreas Froeba
progetto scenico Loris Giancola
immagini e elaborazioni video Stefano Fomasi
progetto luci Trui Malten
contributi letterari Augusto Petruzzi
assistente alla regia Massimo Bevilacqua
 
Ingresso € 21,00, ridotto € 18,00 (studenti, Cral e associazioni per oltre 10 ingressi)  
Orari della biglietteria: lunedì e venerdì 15.00-18.00, martedì, mercoledì e giovedì 16.00-19.00, il giorno dello spettacolo da due ore prima dell’inizio
Per informazioni: telefono 0371/425862-3, fax 0371/549104, info@teatroallevigne.net
(22-02-2006)