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25.08.06 Un concerto in costume d'epoca per rievocare i fasti del '700
UN CONCERTO IN COSTUME D’EPOCA
PER RIEVOCARE I FASTI DEL ‘700
TRA TARDO BAROCCO E CLASSICISMO
Una soprano e un clavicembalista, in costumi d’epoca del ‘700: è la singolare formula del concerto con cui giovedì 31 agosto, per la sezione Omnia della rassegna Lodi al Sole, presso il cortile della Biblioteca Laudense (Palazzo dei Filippini di corso Umberto I), Benedetta Faucci e Francesco Giannoni proporranno al pubblico lodigiano un viaggio nel tempo per riscoprire, anche con gli occhi, la musica del XVIII secolo. Un’esperienza nuova e stimolante, che si aprirà con l’interpretazione di un brano raramente eseguito, una breve aria tratta dall’opera Euridice di Jacopo Peri (1561-1633); è come un prologo, come a dire che, senza di essa, non ci sarebbe stato tutto quello che seguirà. Euridice è infatti la prima opera giunta fino a noi nella sua interezza e fu composta in onore degli sposi Maria dé Medici ed Enrico IV di Francia. Fu eseguita durante il loro banchetto di nozze a Firenze, in Palazzo Pitti, nell’anno 1600.
Di seguito, alcune note sul repertorio del concerto.
Gian Giacomo Carissimi (1605-1674)
È l’autore più lontano nel tempo, insieme a Jacopo Peri, che verrà presentato nella serata, scelto per la sua importanza non solo come compositore, ma anche come insegnante di canto che diede vita alla grande Scuola Italiana. Senza questo humus vitale non si sarebbe potuta esprimere tutta l’arte del secolo successivo così come è stata.
La più conosciuta fra le sue cantate è questa Vittoria, vittoria, nella quale si descrive la gioia della libertà dopo un malsano amore ormai finito.
Francesco Feo (1691-1761)
Dall’opera Arsace (1741) l’aria Molto vuoi, troppo mi chiedi.
Feo trascorse a Napoli la sua intera esistenza, come insegnante e direttore del Conservatorio. Può essere considerato una “pietra angolare” tra il periodo tardo-barocco e quello classico settecentesco; sicuramente un maestro per tutta la generazione successiva di compositori, Pergolesi in primis.
Giovanni Battista Pescetti (1704-1766)
Allievo di composizione alla scuola di Antonio Lotti, Pescetti esordì come compositore di musica sacra. Tentò, nel 1752, di impiegarsi come organista presso la Basilica di S. Marco in Venezia e in seguito (1760) come Maestro di Cappella nel Duomo di Firenze, ma sempre senza successo. Impegnato anche nella produzione teatrale, partì per Londra nel 1734, anno in cui avrebbe pubblicato le Sonate per Gravicembalo, di cui la prima e la quinta
saranno eseguite nel concerto del 31 agosto. Pescetti rimarrà a Londra per ben 14 anni, ma la sua presenza è documentata anche a Praga e Dresda. Nel 1752, grazie anche all’intercessione dell’amico Galuppi, riuscirà ad ottenere il posto di secondo organista in S. Marco (ricordiamo che la Basilica veneziana era dotata di due organi su due cantorie opposte già dalla fine del Rinascimento). Le sonate, che da un lato si richiamano ad un barocco di sapore händeliano e dall’altro iniziano la discesa verso il nuovo stile galante, si articolano in 2, 3 o 4 movimenti , alcuni dei quali in ritmo di danza. Sonata I: 1. Adagio, 2. Allegro. Sonata V: 1. Largo, 2. Allegro, 3. Presto, 4. Tempo giusto.
Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736)
Non si può rendere omaggio al XVIII secolo senza citare Pergolesi.
Considerato un gigante della storia della musica, chissà cosa avrebbe potuto lasciarci se non fosse morto di tisi a soli 26 anni. Ha scritto musiche meravigliose, che non hanno mai stancato, passando imperiture nei secoli e riuscendo a conservare la stessa capacità di dare emozione. La fama leggendaria di questo grande italiano è dovuta all’opera La Serva Padrona, che ha visto la prima esecuzione 3 giorni e quasi 3 secoli fa: il 28 agosto 1733.
Il personaggio di Serpina, serva scaltra che riuscirà a farsi sposare dal suo vecchio padrone, innamorò subito per la sua vivace comicità, come si può ascoltare nell’aria Stizzoso, mio stizzoso.
Niccolò Piccinni (1728-1800)
Fu chiamato, e a ragione, il padre dell’opera “buffa”. Sicuramente lo è stato, perché poi tutti a lui hanno volto lo sguardo e perché visse esattamente gli anni in cui il secolo del Rococò poté esprimere le sue più alte vette. Rappresentò l’Italia nello scontro con il rivale Gluck (anche se a Piccinni lo scontro non interessò mai) e fu il compositore preferito di Maria Antonietta. Alla fine della sua esistenza, avendo visto la Rivoluzione francese con l’orribile fine dei suoi mecenati, fece ritorno in Italia e si rifugiò a Napoli.
Gli ultimi due anni, però, li trascorse a Parigi, dove trovò un po’ di pace, visto che quelli furono tempi pericolosi per lui anche in Italia (fu accusato di simpatie giacobine e recluso per 4 anni agli arresti domiciliari). La Cecchina, ossia la buona figliola, su libretto di Goldoni, gli valse la fama mondiale. La storia infatti era tratta da un romanzo, Pamela, che aveva avuto grandissima notorietà; un po’ come, ai giorni nostri, la moderna Cenerentola del film Pretty Woman. Ancora oggi la Cecchina è presente nei programmi dei teatri e nell’aria Son tenera di pasta si possono trovare tutti gli ingredienti che ne spiegano il perché.
Giovanni Paisiello (1741-1816)
Fu tra i più amati della sua epoca e non solo in Italia, ma anche a Vienna, Londra, Parigi, Madrid e perfino S. Pietroburgo. Scrisse più di duecento opere; tra le più famose ci sono
La Serva Padrona (sulle orme di quella del Pergolesi) e Gli zingari in fiera, con la maliziosa aria di Cecca Sai quanti m’han detto. Grazie a lui il nostro Paese è stato amato e la musica italiana ha continuato a raccogliere tributi nelle corti più importanti del XVIII secolo.
Domenico Cimarosa (1749-1801)
Dall’opera Gli Orazi e i Curiazi (1797) l’aria di Orazia Se pietà nel cuor serbate.
La sua notorietà è grande per il genere comico, ma anche nelle opere serie che scrisse non mancano pagine nelle quali traspare la sua grandezza. Certo che se pensiamo al capolavoro di Cherubini La Medea, dello stesso anno degli Orazi, si vede bene che vi sono sommi artisti che guardano al futuro e altri rivolti al passato. Cimarosa è tra questi, ma non per questo è meno grande. Non sono perciò meno veri gli accenti drammatici e gli abbandoni lirici con cui Orazia esprime i suoi sentimenti di fronte alla temuta catastrofe.
La complessità psicologica del personaggio viene espressa con sapiente coerenza: una nobile compostezza dal disegno classico. Di Cimarosa si possono anche apprezzare i differenti colori con cui viene resa birichina e furbetta l’aria di Lindora da Il mercato di Malmantile, su testo niente di meno che di Goldoni (1784). Siamo, con questa servetta che nessuna aignora avveduta vorrebbe mai avere in casa, in pieno clima d’opera buffa e si respira tutto il fascino senza pari della parola, della musica e dell’atmosfera settecentesche.
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Nell’anno mozartiano non poteva certo mancare il grande genio musicale del ‘700, che sarà volutamente omaggiato con alcune pagine tra le meno eseguite della sua produzione. Da Lucio Silla (1772) l’aria Pupille amate: nell’opera è cantata da un personaggio maschile (Cecilio) ma fu scritta per il famoso castrato Venanzio Rauzzini, pensando al quale Mozart scrisse poco dopo il celeberrimo mottetto Esultate, jubilate. Naturalmente ai giorni nostri queste parti sono interpretate da soprani. Da Le nozze di Figaro (1786) Un moto di gioia, molto adatta per un accompagnamento al cembalo.
Non si possono né devono fare paragoni con i suoi coevi. Come scrisse molto bene il grande studioso di teatro mozartiano Stefan Kunze, <<come operista Mozart fu sempre outsider. Le sue creazioni gareggiavano fuori concorso, non erano conformi alle aspettative dell’epoca. Le sue opere cominciarono a fare epoca in un tempo che non era più il suo. Quando era in vita aveva dovuto penare per quelle poche commissioni che era riuscito ad ottenere>>.
(25-08-2006)












